Quando si parla di disoccupazione in
Italia e si riportano, più o meno puntualmente, dati e percentuali, non ci si
rende spesso conto del concreto dramma che si può celare dietro quei numeri.
I dati Istat ci dicono che il tasso
di disoccupazione in Italia è all’11,5%. Il numero basso quasi ci suggerisce una
situazione tutto sommato ancora recuperabile. Sentiamo poi, inoltre, che,
nonostante paesi trainanti come la Germania abbiano conseguito risultati
ragguardevoli, il tasso di disoccupazione generale dell’eurozona è persino
peggiore di quello italiano (si attesta sul 12,1%). Quando distrattamente
ascoltiamo questi numeri al tg, potremmo anche ritenerci sollevati.
Se si ha la fortuna di possedere una
casa, un lavoro dignitoso e magari una famiglia, non ci si preoccupa del fatto
che altri nel Paese non trovino occupazione. E’ facile pensare che se qualcuno
non abbia lavoro sia un problema suo. Al massimo si può provare un vago senso
di dispiacere, si può inveire un po’ sullo Stato che non interviene, sulla
crisi in generale o si azzardano discorsi sui danni dell’Euro e della
modernizzazione.
Di fatto poi la situazione è ben più
complicata di come non possa apparire ad uno sguardo superficiale. Troppo
spesso dimentichiamo che la Terra è tonda, la fortuna gira e che dipendiamo gli
uni dagli altri molto di più di quanto non si creda. Se è vero che quando
abbiamo un lavoro ci sentiamo un po’ più a riparo, tanto da permetterci
piccoli-grandi investimenti ed acquisti, è anche vero che la disoccupazione
degli altri va a minare direttamente anche il nostro stesso futuro.
Si pensi al sistema pensionistico
italiano. Ci concentriamo sempre sull’età necessaria per raggiungere l’agognata
pensione, magari ne immaginiamo con apprensione l’importo, ma tutto sommato la
comprensione generale della questione finisce qui. D’altronde i calcoli
pensionistici sono così variabili e modificati nel tempo che è difficile per
l’italiano medio capirci qualcosa fino al giorno della fatidica prima pensione
(se si ha la fortuna di arrivarvi!).
Per capire come funziona, in maniera
semplificata ma efficace, si deve immaginare il fondo pensione come una cassa
comune in cui i lavoratori di oggi versano soldi per saldare le pensioni di chi
ora ha l’età giusta per ritirare quanto ha personalmente versato negli anni. In
sostanza si tratta di un salvadanaio che viene rimpinguato da più persone negli
anni. I più anziani riscuotono quanto hanno versato da giovani e i più giovani
versano in previsione di quando saranno vecchi.
Tutto va bene finché si versa e
riscuote la stessa cifra, ovviamente negli anni l’inflazione, le spese sociali,
ecc. fanno sì che quanto si è versato anni prima abbia poi un valore differente
(ricordate “se potessi avere 1000 lire al mese”? Beh, all’epoca era un ottimo
stipendio! Poi l’inflazione ha dato un valore diverso al denaro. I contributi
dati su 1000 lire quanto potevano valere dopo trenta anni? Ed in questo
intervengono parzialmente i contributi delle generazioni successive e le
gestioni finanziarie fatte sui fondi versati).
Torniamo ad oggi. Una marea di
giovani, studia, cerca lavoro e non lo trova. Problema loro?! Certo, ma anche
di tutta la società. Un giovane che non lavora è un giovane che non ha entrate,
non versa contributi (per se e per gli altri), non può permettersi spese (ossia
entrate che mancano a negozi e servizi, quindi stallo dell’economia), grava sul
proprio nucleo famigliare (se ve ne sono le condizioni) oppure si ritrova
disperso nella società (con conseguente degrado per sé e per la società stessa che,
se può, se ne fa carico economicamente). Niente contributi vuol dire cassa
vuota e non solo per il giovane di oggi.
Solo in questa chiave di lettura si
può avere una percezione lievemente più ampia della situazione lavorativa in Italia
e di quanto ne consegue.
Il lavoro per i giovani è dunque
essenziale per l’intera nazione, affinché possa sopravvivere e crescere.
Si aggiunga poi a questo quadro, già
di per sé allarmante, quanto possa essere insidiosa la giungla del lavoro al
giorno d’oggi. I giovani, magari anche laureati, si trovano dispersi in un
mercato del lavoro fatto di annunci stantii ben distanti dalle proprie
aspirazioni, generalmente concentrati su posizioni commerciali a provvigione,
porta a porta e call center. Non si tratta dell’essere “choosy”, gli
schizzinosi della Fornero, ma di un vero e proprio blocco delle professioni.
Ovviamente, se la gente non va in pensione, restano disponibili solo lavori
precari, poco redditizi e faticosi. Per il resto poco si smuove. Poi il bel
Paese, si sa, vive un po’ di spintarelle.
Magari anche altre professioni vi
sarebbero disponibili, ma comunque non si riescono a trovare in tempo gli annunci di lavoro che già qualcun altro ti
brucia sul tempo! Puoi passare anche tutti i giorni tra i principali siti di offerte
di lavoro ed i giornali specializzati. Possono trascorrere mesi prima che si
smuova qualche lavoro utile o magari affine alle personali competenze. Ormai
c’è il problema dei super qualificati! Delle persone che hanno studiato
tanto, seguendo la speranza che l’impegno sarebbe stato ripagato.
In questo
quadro in cui è facile sentirsi abbandonati. E’ ancor più facile perdere la
voglia di lottare. La cronaca, oltre ai dati statistici riporta anche le storie
di quanti sono rimasti schiacciati in questo sistema di non lavoro, di paura e
di debiti. Stare senza lavoro è doloroso a qualsiasi età, ma l’imbarazzo che si
crea quando si ha una famiglia sulle spalle o si avverte il peso dei propri
sottoposti, è spesso così lacerante da portare a gesti estremi. Non a caso
aumentano i suicidi, soprattutto tra quanti - non più giovanissimi - hanno
ancora più difficoltà a trovare lavoro e a reinventarsi.
Il consiglio
unico in uno qualsiasi dei casi descritti è non arrendersi mai! Continuare
sempre a cercare annunci di lavoro, occasioni, speranze. Non lasciare mai che
le paure prendano il sopravvento. Un modo di andare avanti ci sarà sempre,
magari pure chiedendo aiuto per un po’. Tanto, c’è da starne certi, la fortuna
prima o poi gira. In un senso o nell’altro.
Cat.